domenica 2 marzo 2014

Armando Diaz


Il Diaz durante la sua visita a Melbourne nell’ottobre 1934 (Coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi).

Incrociatore leggero della serie Condottieri, classe Cadorna (5406 tonnellate di dislocamento standard, 6710 t in carico normale, 7149 t a pieno carico), una classe, come la precedente classe Di Giussano, caratterizzata da elevata velocità e scarsissima corazzatura (le navi di questo tipo verranno soprannominate dagli equipaggi “cartoni animati”), che si rivelerà fatale per il Diaz. Durante la guerra effettuò 5 missioni di protezione traffico, percorrendo 6733 miglia e trascorrendo 369 ore in navigazione.




Breve e parziale cronologia.

28 luglio 1930

Impostazione nei Cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).

10 luglio 1932

Varo nei Cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano, alla presenza dell’allora principe ereditario Umberto di Savoia. Madrina è Sara Diaz, moglie del maresciallo Armando Diaz cui è intitolata la nave, e “Duchessa della Vittoria”. Presenziano al varo anche Marcello Diaz, figlio di Armando, e l’ammiraglio Giuseppe Sirianni, Ministro della Marina.
La nave viene varata con la maggior parte delle sovrastrutture (comprese stazione di direzione del tiro, relativo tetrapode e tripode di poppa)
 

Il varo (g.c. Rivista Marittima)




Due foto aeree del Diaz durante le prove di macchina, il 14 marzo 1933 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


(g.c. Maurizio Brescia via Associazione Venus)

29 aprile 1933

Entrata in servizio. Primo comandante del Diaz, dal 1° marzo al 21 ottobre 1933, sarà il CV Ernesto Lupi.

22 ottobre 1933

Assume il comando della nave il CV Alberto Bettioli, che lo terrà sino al 28 marzo 1934.

22 aprile 1934

Consegna della bandiera di combattimento a Napoli; a consegnarla è ancora Sara Diaz, ed il cardinale Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli, impartisce la benedizione alla nave.

Maggio 1934

Viene inviato a Tripoli.

1934

Il Diaz forma la III Divisione della II Squadra Navale insieme agli incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni ed alla III Squadriglia Cacciatorpediniere (quattro unità della classe Navigatori).

29 marzo 1934

Diviene comandante del Diaz il capitano di vascello Armando Fumagalli, che resterà al comando dell’unità fino al 5 agosto.

4 agosto 1934

Partecipa a manovre navali insieme al capoclasse Cadorna.

6 agosto 1934

Viene destinato al comando del Diaz il CV Angelo Iachino, che vi rimarrà fino al 31 agosto 1935.

10 agosto 1934

Partecipa ad una rivista navale cui assiste Benito Bussolini.

1° settembre 1934-Febbrario 1935

Al comando del capitano di vascello Angelo Iachino (futuro comandante superiore in mare della flotta italiana) lascia La Spezia il 1° settembre e compie una crociera in Australia e Nuova Zelanda, percorrendo più di 25.000 miglia. Vengono toccati Porto Said, Aden, Colombo, Batavia, Freemantle (l’8 ottobre 1934), Melbourne (il 17 ottobre 1934), Sydney, Hobart, Wellington, Brisbane, Cairns, Makassar (il 10 dicembre 1934), Singapore (il 16 dicembre 1934), Bombay (il 27 dicembre 1934), Merbat, Alula, Perim, Massaua (l’11 gennaio 1935), Suez ed Ismailia (il 1° febbraio 1935).

Durante lo scalo a Cairns, il 3 dicembre 1934, la nave viene entusiasticamente accolta, tra gli altri, da centinaia di membri della locale comunità italiana, nonché dalle massime autorità civili e militari della città; grandi folle di persone si recano sui moli per vedere l’incrociatore, e la comunità italiana organizza un galà in onore dell’equipaggio, mentre il comandante Iachino ed il console generale italiano Antonio Ferrante Di Ruffano partecipano a vari ricevimenti ufficiali offerti dalle autorità, dove si parla di amicizia e fratellanza tra Italia ed Australia. La banda del Diaz sfila per la via principale di Cairns, sino al “Soldier’s Memorial”. Simile accoglienza viene ricevuta anche in altri porti australiani.
Alcune immagini della visita del Diaz in Australia:


A Melbourne nell’ottobre 1934, per il centenario della nascita dello stato di Victoria (Allan C. Green, State Library of Victoria)


Ancora a Melbourne, lungo i pontili sul fiume Yarra (Allan C. Green, State Library of Victoria)

In partenza da Melbourne (Allan C. Green, State Library of Victoria)



A Sydney nel 1934 (g.c. Rivista Marittima)
6 febbraio 1935

Terminata la crociera, raggiunge Augusta e torna a far parte della IV Divisione.

Marzo 1935

Appena tornato in Mediterraneo, si unisce alla II Squadra Navale e partecipa con essa all’usuale ciclo di esercitazioni, arrivando a Taranto il 5 marzo 1935.



Il Diaz (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


Agosto 1935

Compie una missione ad Alessandria d’Egitto.

1° settembre 1935

Assume il comando della nave il CV Alberto Marenco di Moriondo (il quale, per ironia della sorte, comanderà in futuro con il grado di ammiraglio di divisione la IV Divisione, di cui il Diaz fa parte, e che il 25 febbraio 1941 assisterà al suo affondamento dalla plancia del Bande Nere), che lo terrà fino al 13 gennaio 1936.



La nave a Venezia nel 1935 (Coll. Giuliano Franceschi via Associazione Venus)


14 gennaio 1936

Al comando dell’incrociatore viene assegnato il CV Giuseppe Fioravanzo (un altro futuro ammiraglio che parteciperà attivamente al conflitto), che vi rimarrà sino al 12 ottobre.



13 ottobre 1936

Diviene comandante del Diaz il CV Paolo Borgatti, che rimarrà tale fino al 2 novembre 1938.

1937

Partecipa alla guerra civile spagnola, operando nel Mediterraneo occidentale con base a Melilla e Palma di Maiorca, effettuano crociere di protezione del naviglio che trasporta rifornimenti e rinforzi per le truppe franchiste.

È inoltre tra le unità che prendono parte, nel golfo di Valencia, al blocco navale contro i repubblicani.



Con le torri numero 1 e 2 ruotate verso poppa (g.c. Rivista Marittima)


3-7 gennaio 1937

Crociera di sorveglianza da Cagliari a Palma di Maiorca.

13-19 gennaio 1937

Lascia Palma di Maiorca e fa ritorno a Cagliari.

27-31 gennaio 1937

Scorta un piroscafo carico di rifornimenti da Cagliari a Melilla.

6-10 febbraio 1937

Effettua una crociera di sorveglianza tra Melilla e Palma di Maiorca.


Il Diaz in una delle sue foto più belle (g.c. Rivista Marittima)

15-16 febbraio 1937

Riparte da Palma di Maiorca e rientra a La Spezia.

19-23 marzo 1937

Scorta un piroscafo con rifornimenti da Cagliari a Melilla.

25-28 marzo 1937

Lascia Melilla e fa ritorno a La Spezia.

9-12 agosto 1937

Parte da Augusta, effettua una crociera contro il contrabbando di rifornimenti per le forze repubblicane e fa poi ritorno ad Augusta.


Foto tratta da www.navyworld.narod.ru.


7 settembre 1937

Il Diaz si trova a Palma di Maiorca quando la località viene bombardata da aerei spagnoli repubblcani, ma non viene colpito. Alcuni degli aerei attaccanti (otto, secondo un membro dell’equipaggio del Diaz) vengono abbattuti.

9-11 novembre 1937

Lascia La Spezia e raggiunge Palma di Maiorca, dove rimane poi dall’11 novembre al 23 dicembre.

23-24 dicembre 1937

Riparte da Palma di Maiorca e fa ritorno a La Spezia.

1938

Lavori di modifica dell’armamento: vengono eliminate due mitragliere singole Vickers-Terni 1917 da 40/39 mm e vengono imarcate quattro mitragliere binate da 20/65 mm Breda 1935 e due lanciabombe di profondità (da 40 cariche).

Prende parte ad esercitazioni con la flotta.

5 maggio 1938

Partecipa alla rivista navale “H” nel golfo di Napoli, in onore di Adolf Hitler.

9-29 luglio 1938

Lascia La Spezia, compie una crociera con scalo a Tripoli, Tobruk, Rodi e Coo e rientra a Taranto.

3 novembre 1938

Il CV Aristotile Bona diventa il penultimo comandante del Diaz, del quale lascerà il comando il 20 novembre 1939.

1939

Il Diaz, con il Cadorna e l’incrociatore leggero Alberico Da Barbiano, forma la IV Divisione Navale, facente parte della II Squadra Navale, di base a Taranto.



Il Diaz a Taranto (g.c. Rivista Marittima)


9-29 luglio 1939

Salpa il 9 da La Spezia, compie una crociera nei bacini centrale ed orientale del Mediterraneo con scalo a Tripoli, Rodi e Coo e giunge a Taranto il 29.



La nave a La Spezia alla fine degli anni Trenta (foto Aldo Fraccaroli, via Maurizio Brescia ed Associazione Venus)


21 novembre 1939

Il CV Francesco Mazzola assume il comando dell’incrociatore, del quale sarà comandante sino alla sua perdita.

10 giugno 1940

All’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Diaz (CV Francesco Mazzola) fa parte della IV Divisione incrociatori (appartenente alla I Squadra Navale) insieme agli incrociatori leggeri Luigi Cadorna, Alberico Da Barbiano ed Alberto Di Giussano. Il Diaz forma, insieme al Di Giussano, la 2a Sezione della IV Divisione, di base a Taranto come il resto della Divisione e della Squadra.

Verrà successivamente pianificato un bombardamento di Sollum da parte della II Squadriglia Cacciatorpediniere (Espero, Ostro, Zeffiro, Borea) in cui Diaz e Di Giussano, lasciata Taranto (dove si trovano), dovrebbero raggiungere la II Squadriglia a Tobruk, quindi recarsi a Tobruk dove scortare i quattro cacciatorpediniere impegnati nel bombardamento, e successivamente rientrare subito a Taranto. L’operazione non avrà mai luogo, anche a seguito della distruzione della II Squadriglia avvenuta tra fine giugno e luglio 1940.

7 luglio 1940

Il Diaz, con il resto della IV Divisione (Da Barbiano, Di Giussano e Cadorna), salpa da Taranto alle 13 per fornire scorta a distanza ad un convoglio di quattro mercantili carichi di rifornimenti in navigazione verso la Libia (motonavi da carico Marco Foscarini, Francesco Barbaro e Vettor Pisani, motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione, dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia, delle quattro torpediniere della IV Squadriglia e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori). La IV Divisione prende il mare insieme al resto della I Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, VIII Divisione Incrociatori con Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi e XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con cinque unità cui poi si aggiungono le tre della XIV Squadriglia) a sostegno (a distanza) dell’operazione, mentre come scorta indiretta è in mare la II Squadra Navale (incrociatore pesante Pola, I, VII e III Divisioni incrociatori con nove navi in tutto e IX, XI, XII e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere).

8 luglio 1940

Viene rilevato un consumo d’acqua insolito da parte della caldaia numero 6, che deve essere spenta. Alle 20.15 vengono avvistati tre aerei, che si ritiene essere nemici, e la nave apre il fuoco contro di essi.

9 luglio 1940

Giunto il convoglio a destinazione, la flotta italiana si avvia sulla rotta di rientro, ma viene informata che anche la Mediterranean Fleet è in mare per un’operazione simile, quindi dirige per incontrare il nemico in quella che sarà l’inconclusiva battaglia di Punta Stilo.

Alle 14.30, dopo l’avvistamento della Mediterranean Fleet ad 80 miglia di distanza da parte di un ricognitore, la flotta italiana assume rotta 10° per dirigere verso le navi nemiche, ma contemporaneamente, dato che i problemi alle caldaie (probabilmente causati da maldestria nei lavori precedentemente effettuati presso l’Arsenale della Spezia) persistono, il Diaz, poco prima del contatto balistico con la Mediterranean Fleet, riceve l’ordine di lasciare la formazione e tornare a Taranto scortato dal Cadorna. Anche quest’ultimo, tuttavia, viene afflitto da avarie a condensatori, timoni e strumentazioni elettriche.

(Per altra fonte inizialmente il Diaz ed il Cadorna, che fanno parte dell’ala orientale dello schieramento italiano, sono entrambi colti da avarie alle macchine – il Diaz ha un’avaria alla caldaia n. 5 – e poco prima del contatto balistico viene loro ordinato di lasciare la formazione e di rientrare a Taranto, ma tale versione è probabilmente errata).

Alle 14.50 del 9 luglio il Diaz deve gettare in mare il proprio idrovolante da ricognizione IMAM Ro. 43 matricola MM.27106 perché l’aereo non è in efficienza e pertanto non può essere lanciato, e non vi è abbastanza tempo per scaricarne il carburante.

Durante la navigazione verso Taranto, dalle 17.00 alle 18.15, i due incrociatori vengono ripetutamente attaccati, come molte altre unità, da aerei della Regia Aeronautica che li hanno scambiati per navi britanniche, dovendo quindi rispondere al fuoco. Un altro equivoco si verifica quando vengono avvistati alcuni cacciatorpediniere, contro i quali il Diaz spara due colpi da 152 mm: subito le siluranti virano di bordo, mostrando le loro sagome che vengono subito riconosciute come quelle di cacciatorpediniere italiani.

Ad ogni modo, il Diaz arriverà a Taranto alle 23.55 del 9 luglio, mentre il Cadorna raggiungerà Messina alle 23.30 dello stesso giorno.



Diaz e Cadorna a Punta Stilo (g.c. Rivista Marittima)


10 luglio 1940

Entra nell’Arsenale di Taranto, dove viene sottoposto a revisione completa delle macchine e delle fasce dei surriscaldatori. Vi rimarrà per un mese.

13 agosto 1940

Lascia l’Arsenale.

Dato che le unità della classe Cadorna, al pari alle simili navi della precedente classe Di Giussano (o forse anche peggio), si rivelano presto inadatte a compiti di squadra – la loro straordinaria velocità di 37 nodi (il Diaz alle prove aveva toccato i 39, superando la velocità di contratto), ottenuta sacrificandone pericolosamente la corazzatura e la protezione subacquea, è ormai calata a non più di 31-32 nodi dopo diversi anni di servizio –, nel giro di pochi mesi il Diaz e le altre unità della IV Divisione verranno via via relegati principalmente a compiti di scorta convogli.



Da poppa (g.c. Rivista Marittima)


28 agosto 1940

Diaz e Di Giussano lasciano Taranto in mattinata ed effettuano esercitazioni di tiro contro un bersaglio a rimorchio nel golfo di Taranto. Rientrati a Taranto, ne ripartono alle 22.50 diretti a Palermo.

29 agosto 1940

Diaz e Di Giussano giungono a Palermo alle 18.45.

30 agosto 1940

Diaz e Di Giussano ripartono e raggiungono Napoli alle 9 del 31 agosto.



Da poppa (g.c. Stefano Cioglia via www.naviearmatori.net)


5-6 settembre 1940

Lascia Napoli alle 22.45 del 5 e giunge a Palermo alle 8.15 del 6.

8 settembre 1940

Riparte da Palermo alle 10.25, giungendo a Napoli alle 21.35.

23-24 settembre 1940

Diaz e Di Giussano salpano da Napoli alle 18.40 del 23 settembre, arrivando a Palermo alle 3.15 del 24.

28-29 ottobre 1940

In coincidenza con l’attacco alla Grecia, la IV Divisione (Diaz, Di Giussano e Giovanni delle Bande Nere) lascia Palermo alle 15 del 28 ottobre, attraversa lo stretto di Messina alle 21 ed arriva nella rada di Valona nel pomeriggio del 29, in condizioni meteomarine pessime (vento teso e mare agitato), in previsione di un suo impiego nel previsto sbarco a Corfù.

1° novembre 1940

Alle 18, dato che il maltempo non accenna a diminuire, Diaz e Di Giussano non possono più restare ormeggiati, pertanto lasciano Valona e si rifugiano nella rada di Ducati. Sempre a causa del maltempo lo sbarco a Corfù viene rimandato (poi annullato), perciò Diaz e Da Barbiano lasciano Valona diretti ad Augusta.

2 novembre 1940

Diaz e Da Barbiano arrivano ad Augusta alle 17; vi resteranno dislocati sino al 12.

12 novembre 1940

Il Diaz ed il Di Giussano ripartono da Augusta alle 14.55, poi raggiungono Palermo, dove il Diaz resterà sino al 27 dicembre. Secondo alcune fonti il trasferimento dei due incrociatori (insieme a 14 cacciatorpediniere) è stato ordinato a seguito della notte di Taranto.

21 dicembre 1940

Compie una breve uscita nel mare di Palermo per effettuare giri di bussola ed esercitazioni di tiro.




Il Diaz intorno al 1935 (tratta da www.navyworld.narod.ru)






Dicembre 1940

Viene posto alle dirette dipendenze di Supermarina per compiti speciali legati alla protezione del traffico con l’Albania dal gennaio 1941.

27 dicembre 1940

Parte diretto a Brindisi, dove giunge alle 11.15 del 29.

31 dicembre 1940

Il Diaz lancia il proprio idrovolante da ricognizione IMAM Ro. 43 matricola MM.27045, ma l’aereo, colto da un guasto alla pompa della benzina, deve ammarare nel mare mosso rompendosi il montante anteriore del galleggiante. L’idroricognitore viene preso a rimorchio, ma si capovolge, dovendo infine essere recuperato con la gru e subendo gravi danni.

2-3 gennaio 1941

Crociera di protezione dei convogli da e per l’Albania, avendo base a Brindisi, dalle 21.45 del 2 alle 22.00 del 3.

10 gennaio 1941

Seconda crociera di protezione del traffico con l’Albania dalle 2.30 alle 19.45.

27 gennaio 1941

Terza ed ultima crociera a protezione del naviglio in navigazione tra Italia ed Abania, dalle 2.30 alle 13.30.

3 febbraio 1941

Lascia Brindisi unitamente agli incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi, poi, una volta nello stretto di Messina, fa rotta su Palermo, dove arriva alle 2.30 del 4 febbraio scortato dai cacciatorpediniere Aviere e Geniere.



Ormeggiato a corpi morti (g.c. Rivista Marittima)

L’affondamento




Il Diaz visto di profilo (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)




Alle 5.45 del 24 febbraio 1941 il Diaz, al comando del capitano di vascello Francesco Mazzola, lasciò Palermo insieme all’incrociatore leggero Giovanni delle Bande Nere ed ai cacciatorpediniere Ascari e Corazziere, per una missione di scorta a distanza ai convogli che trasportavano in Libia truppe e materiali dell’Afrika Korps. Erano infatti in mare tre convogli diretti in Libia: uno (partito da Napoli alle 19 del 23 facendo tappa a Palermo il 24, e diretto a Tripoli a 14 nodi) formato dalle motonavi tedesche Marburg, Reichenfels, Ankara e Kybfels scortate dai cacciatorpediniere Aviere, Geniere e Da Noli e dalla torpediniera Castore, un secondo (salpato da Napoli a mezzogiorno del 25) composto dai trasporti tedeschi Leverkusen, Arcturus, Wachtfels ed Alikante e dall’italiano Giulia scortati dal cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e dalle torpediniere Procione, Orsa e Calliope, ed un convoglio veloce (partito da Napoli alle 20 del 24 febbraio) formato dai trasporti truppe Conte Rosso, Esperia, Marco Polo e Victoria scortati dai cacciatorpediniere Baleno e Camicia Nera e dalle torpediniere Orione ed Aldebaran. Erano inoltre in mare anche i piroscafi Arta, Nirvo e Giovinezza di ritorno da Tripoli (che avevano lasciato alle 5.30 del 24) con la scorta della torpediniera Generale Achille Papa, ed i piroscafi Santa Paola e Honor partiti da Palermo il 25.



La IV Divisione, composta da Diaz e Bande Nere (nave ammiraglia) con i due cacciatorpediniere, aveva avuto ordine di portarsi nel Canale di Sicilia e tenersi pronta a qualsiasi evenienza. Tale ordine – e più in generale l’impiego di navi maggiori a protezione dei convogli quando era noto, come in quell’occasione, che a Malta non vi erano forze navali britanniche di superficie che avrebbero potuto attaccare i convogli – era piuttosto opinabile, considerando che due incrociatori, utili solo per respingere attacchi di navi similari (che non c’erano), non avrebbero potuto fare nulla per proteggere i convogli dagli attacchi dei sommergibili, che erano la principale insidia, ed anzi sarebbero divenuti a loro volta bersaglio degli attacchi subacquei. I fatti, purtroppo, lo dimostrarono.

Alle 11.30 del 24 febbraio la IV Divisione prese contatto con il convoglio «Marburg», del quale, secondo gli ordini, avrebbero dovuto mantenersi a proravia per fornigli, durante la notte, scorta ravvicinata.

Sino al tramonto del 24 la IV Divisione si tenne tra gli 8.000 ed i 12.000 metri a proravia del convoglio «Marburg», procedendo a zig zag, con Ascari e Corazziere in posizione di scorta ravvicinata. Tramontato il sole, i due incrociatori mantennero la velocità a 14,5 nodi sino alla boa n. 4 di Kerkennah.

Sul Diaz il personale di guardia era ai posti di combattimento, gli altri per la maggior parte dormivano in branda; tutto procedeva normalmente.

La notte era senza luna, l’oscurità profonda. Questo indusse l’ammiraglio Marenco di Moriondo (comandante la IV Divisione ed imbarcato sul Bande Nere), intorno alle due di notte, dopo aver scapolato la zona obbligata della boa n. 4 di Kerkennah, ad interrompere lo zigzaga mento ed a procedere con Bande Nere e Diaz in linea di fila, preceduti dal Corazziere e seguiti dall’Ascari, che avrebbero dovuto fornire scorta e protezione antisommergibile se la IV Divisione avesse eseguito marcate ed improvvise accostate. Alle 2.10 la formazione, un miglio ad ovest della boa n. 4 di Kerkennah, assunse rotta 180°, ed intorno alle tre, per non allontanarsi dal convoglio, venne ridotta la velocità a 13,5 nodi. Via via che le navi procedevano verso sud, in direzione di Zuara, la già scarsa visibilità era andata calando. Il mare era calmo, non c’era vento.

In quelle acque si trovava anche il sommergibile britannico Upright, al comando del tenente di vascello Edward Dudley Norman (che sarebbe stato decorato con il Distinguished Service Order per l’affondamento del Diaz; l’azione comportò decorazioni per parecchi membri dell’equipaggio), emerso non appena era calata l’oscurità per ricaricare le batterie. Il battello, inviato in quelle acque per verificarvi la presenza di traffico italiano, vi aveva già affondato il piroscafo Silvia Tripcovich: il primo di una lunga serie di successi colti dalle unità della sua classe (la classe “U”) ai danni del naviglio italiano. L’equipaggio dell’Upright riposava, il sommergibile era quasi fermo, in torretta il comandante in seconda David Swanston scandagliava l’oscurità della notte con il suo binocolo.

Alle 3.22 del 25 febbraio Swanston avvistò le navi da guerra italiane su rilevamento 315°, a circa due miglia e mezzo. Prima ancora di Swanston, fu il marinaio Smith (che poi tenne il contatto visivo per tutta la durata dell’azione), arruolatosi volontario nella Royal Navy prima ancora di raggiungere l’età adatta per essere accettato a bordo dei sommergibili, a fare il primo avvistamento. Una grossa massa scura apparsa d’improvviso a circa tre miglia, a tre quarti di prua, si trasformò gradualmente nelle sagome di tre navi in linea di fila sotto gli occhi del comandante Norman, salito in coperta dopo l’allarme prontamente dato da Swanston. L’Upright, restando in emersione – improbabile che un piccolo battello come quello potesse essere avvistato in una notte illune – accelerò e descrisse parzialmente un semicerchio, manovrando per avvicinarsi ed attaccare.

Il Corazziere e l’Ascari procedevano rispettamene a proravia ed a poppavia dei due incrociatori, in linea di fila; il Diaz (che visto dal sommergibile appariva la seconda unità della fila) navigava nella scia del Bande Nere, ed al comandante dell’Upright sembrò la nave più grossa: perciò fu contro di esso che, alle 3.40, l’Upright lanciò quattro siluri, immergendosi subito dopo. Fu il secondo capo scelto (chief petty officer, chief torpedo gunner’s mate) Hector Frederick Ansell, addetto ai siluri, che eseguì i lanci (il secondo capo Ansell avrebbe per questo ricevuto la Distinguished Service Medal).

Alle 3.43, quando il Diaz si trovava a poche miglia dalla boa numero 4 delle secche di Kerkennah, due dei siluri – senza che nessuno li avvistasse – andarono a segno sul lato dritto, nei pressi del deposito munizioni prodiero, provocandone la devastante esplosione. Il primo siluro colpì esattamente sotto la plancia, il secondo appena più a proravia.

A saltare, oltre al deposito munizioni di prua (quello delle torri numero 1 e 2), furono anche le caldaie 3 e 4, che erano in funzione (mentre le caldaie 1 e 2 erano spente).

Alle detonazioni dei due siluri seguì una fiammata sulla dritta e poi un’esplosione molto più rovinosa (tanto violenta da investire l’Ascari, che subì delle infiltrazioni di acqua marina nei propri depositi di acqua per le macchine), con una colossale fiammata generata dalla combustione delle polveri, che il tenente di vascello Stefano Baccarini del Bande Nere (che si trovava 600 metri a proravia del Diaz) paragonò un’alta fontana luminosa, quasi simmetrica rispetto ai due lati della nave, che proiettava grossi rottami incandescenti nel cielo. Le fiamme uscivano dall’enorme squarcio prodotto sul lato dritto, all’altezza del fumaiolo prodiero, dall’esplosione dei siluri e dei depositi munizioni, ed avvolgevano completamente le sovrastrutture prodiere; le esplosioni fecero crollare il tetrapode di prua e distrussero la plancia e le sovrastrutture prodiere (“letteralmente saltate in aria”), uccidendo immediatamente il comandante Mazzola, tutti gli ufficiali e sottufficiali in plancia e stazione di direzione del tiro e quasi tutti gli addetti alla centralina antisommergibile. Solo alcuni uomini che si trovavano in quest’ultima centralina o sul lato dritto della controplancia sopravvissero.

Gino Trevisan, marinaio specialista della direzione del tiro, era stato sorpresto dal siluramento sull’ala di plancia a dritta, proprio sulla verticale del punto d’impatto del siluro. Investito dall’incendio e dal crollo del torrione, si ritrovò in mezzo alle lamiere, con un piede intrappolato. Riuscì a liberarsi con uno strattone, e si ritrovò davanti al sottocapo Vedovato, che chiedeva aiuto. Trevisan non poteva essere di nessun aiuto nelle sue condizioni, ed anche lo Vedovato lo capì, e gli disse di abbandonarlo. Trevisan riuscì infine a scovare una via di fuga in mezzo all’ammasso di lamiere contorte, ed a salvarsi.

Il capo di terza classe Luigi Bianchin era in centralina antisommergibile (in controplancia) con altri quattro uomini (tra cui un ufficiale) quando i siluri avevano colpito. Bianchin venne sollevato e gettato a terra dallo spostamento d’aria, dal gas e dal fuoco usciti dal fumaiolo prodiero, poi cercò di aprire la porta, che si era bloccata. I cinque uomini nella centralina non riuscivano quasi più a respirare, ma Bianchin, insieme all’ufficiale ed ad un marinaio, riuscì a curvare la porta quando bastava per uscire. Una volta all’esterno Bianchin vide che la plancia e le sovrastrutture erano crollate verso poppa, il ponte di comando, la controplancia e la plancia vedette erano divenute un unico informe ammasso di rottami, e due incendi divampavano vicino al fumaiolo ed alla base del forno di prua. Sentite delle grida di aiuto, raggiunse i resti della plancia e trovò tre vedette intrappolate nei rottami: erano gli unici rimasti vivi tra gli occuanti della plancia. Bianchin trovò dei salvagenti in mezzo ai rottami e li diede ai tre uomini, poi scese per il fumaiolo prodiero.

Di tutto il personale che si trovava nel sottocastello e nei locali sottostanti (cioè a proravia del punto d’impatto dei siluri) sopravvisse soltanto l’infermiere Bruno Pedrazzi, che era stato sorpreso dal siluramento in cuccetta, nell’infermeria situata sotto il castello a dritta, isieme al tenente medico Aldo Zara, al capo infermiere Giuseppe Baronte ed al sottocapo infermiere Armando Paesano. Fortunatamente, in infermeria non c’era nessun paziente. Gettato a terra dall’esplosione, Pedrazzi riuscì dopo pochi secondi ad abbandonare l’infermeria ed il castello, vedendo il forno e la cooperativa di bordo divorati dalle fiamme.

Degli addetti alle torri corazzate 1 e 2 non si salvò nessuno.

L’incrociatore si fermò quasi subito (la macchina prodiera di dritta si fermò subito dopo l’esplosione, quella di sinistra poco dopo), mentre un’alta colonna di fumo si levava nel cielo. I sistemi di comunicazione non funzionavano più, a prua ed a centro nave saltò la corrente, mentre rimase per qualche minuto nei locali poppieri.

Gli addetti delle caldaie prodiere morirono tutti, e di quelle poppiere i sopravvissuti furono solamente un paio (i locali caldaia, infatti, erano stati coinvolti nell’esplosione).

Il personale addetto alla macchina prodiera si salvò quasi per intero, mentre le serrette corazzate dei locali della macchina poppiera si bloccarono, intrappolando gli addetti: se ne salvò solo uno.

Subito il ponte di batteria venne invaso da fumo soffocante ed allagato dalla nafta, fuoriuscita dai serbatoi squarciati, che miracolosamente non prese subito fuoco. Andarono invece a fuoco la cucina sottufficiali ed il forno, e le fiamme giunsero quasi a lambire la riservetta di dritta dei proiettili da 100/47 mm, ma per fortuna non la fecero scoppiare, almeno inizialmente.

In sala macchine il direttore di macchina, capitano del Genio Navale Carlo Apollonio, ordinò il posto d’incendio e dispose di guarnire le manichette. Il fuochista Cesare Brancaleon cercò inutilmente i boccalini nel buio, poi dovette fuggire a poppa per non essere soffocato dal fumo, camminando nella nafta che allagava il corridoio. Non c’era nessun altro.

Il capo furiere Riccardo Weibel, gettato fuori dalla sua coccetta dall’esplosione ed uscito scalzo dall’alloggio, trovò subito fuori il capitano Apollonio che gridava “posto d’incendio” e partecipò, insieme ad altri, a posizionare le manichette, ma poi, rimasto solo, decise di salire in coperta, m incontrò il furiere Maronno, gravemente ustionato, che chiedeva aiuto. Weibel portò Maronno nell’ospedale da combattimento (il suo posto di combattimento) e telefonò in infermeria per chiamare il medico di bordo, ma non rispose nessuno, quindi fracassò con una sedia lo stipetto contenente i medicinali, prese del cotone ed unse il corpo ustionato di Maronno, ma il Diaz sbandò fortemente, mentre il corridoio si riempiva di nafta. Weibel disse di salire in coperta, ma Maronno rispose “andate Capo, non posso più”.

Alcuni uomini, tra cui il marinaio Giuseppe Panettieri, stesero le manichette antincendio per tentare di circoscrivere le fiamme, ma la mancanza di energia elettrica impediva l’afflusso dell’acqua, rendendo tutto inutile, quindi tutti, seguendo il tenente di vascello Paganini, si diressero a poppa e presero i salvagenti.

Nella torre corazzata n. 4 (quella più a poppa), quando venne a mancare la luce, il capo impianto fece uscire in coperta il personale. Il nocchiere Giacomo Bosticca, uno degli addetti al caricamento della torre, andò a poppa vicino al lanciabombe di profondità (cui era assegnato in navigazione) e, su ordine del tenente di vascello Paganini, lanciò due bombe di profondità, la prima delle quali scoppià mentre la nave iniziava ad affondare. Bosticca attese poi l’ordine di prendere il salvagente e tuffarsi in mare.

Gli ufficiali, constatato che la nave stava affondando rapidamente di prua, ordinarono alla parte dell’equipaggio che era riuscita a salire in coperta  di abbandonare la nave. Non si poté calare alcuna imbarcazione (le imbarcazioni erano a infatti prua, ed anche diversamente non si sarebbe potuto fare niente per ammainarle, a causa del repentino sbandamento), solo gettare in acqua cinque dei dieci zatteroni Carley di cui l’incrociatore era dotato. Il capo di terza classe Bianchin, attraversato l’incendio provenendo da prua, raggiunse la motobarca e cercò di liberarla, ma ci riuscì solo a metà.

Quasi tutti, se non altro, riuscirono ad indossare il salvagente. Tra questi era Bruno Pedrazzi, l’infermiere, che ne prese uno vedendo i compagni tuffarsi in mare, ed il furiere Pasquale Calabrese, che, di guardia alla cassa, era accorso in coperta trovando il centro della nave crollato ed avvolto dalle fiamme.

Verso prua era visibile un faro. Capo Weibel, sentito gridare “gente a mare” dopo essere salito in coperta, salì sul ponte di volo per procurarsi un salvagente, ma scivolò e cadde battendo la testa contro la mitragliera di poppa sinistra; rialzatosi, scivolò di nuovo verso le draglie, cercò inutilmente di afferrarle e poi cadde in mare.

Il cannoniere Angelo Lamponi, che si trovava al complesso centrale da 100/47 mm ed era stato investito da spruzzi di nafta od acqua bollente che gli avevano causato ustioni al viso ed alle mani (tanto che il 1° marzo non poté firmare la deposizione resa a Napoli a causa delle sue mani ustionate), raggiunse gli altri uomini in coperta a poppa e si buttò in mare.

Il marinaio Panettieri, quando già molti si erano gettati in acqua, scese sottocoperta per chiamare il tenente commissario Empoli, che sapeva stare dormendo nella sua cabina, a poppa. Trovò la cabina vuota e s’imbattè invece nell’aspirante Pignatti, nuovo a bordo, che non sapeva come salire in coperta. Panettieri e Pignatti salirono in coperta insieme, e non trovarono più nessuno; dovettero raggiungere il bordo a quattro mani a causa dello sbandamento, e non ebbero nemmeno il tempo di togliersi le scarpe.

Per quattro minuti il fuoco dal colore vivo, paragonato dal TV Baccarini del Bande Nere ad una colata d’acciaio, continuò a divampare con variazioni nella sua intensità, poi fu il mare a spegnerlo. Nel giro di sei minuti il Diaz affondò di prua, fortemente sbandato sulla sinistra, in posizione 34°33’ N e 11°45’ E (a 20 miglia e mezzo per 190° dalla boa n. 4 di Kerkennah, a sudest delle isole Kerkennah ed al largo di Sfax), scomparendo sotto la superficie alle 3.49 e trascinando con sé i tre quarti dell’equipaggio, compresi il comandante Mazzola ed il comandante in seconda, capitano di fregata Mainardo De Nardis (alla cui memoria fu conferita la Medaglia d’argento al valor militare). Prima di inabissarsi in un mare di nafta la nave sollevò di molto la poppa, e lasciò uscire le proprie eliche sopra la superficie del mare, alzandole nel cielo: l’ultima cosa che scomparve della nave furono proprio le eliche. L’aspirante Pignatti ed il marinaio Panettieri si gettarono in mare da poppa; per primo Pignatti saltò dallo scaricabombe antisommergibile, ma cadde sull’asse dell’elica di dritta e scomparve. Panettieri si lasciò invece sicivolare lungo lo scafo – tenendosi agli oblò – e la carena, sino a raggiungere la superficie del mare, ma ciononostante urtò a sua volta l’asse, ferendosi.

Molti uomini scomparvero in mare prima di poter essere soccorsi, per ipotermia nella fredda acqua di febbraio, o per soffocamento causato dalla nafta che galleggiava copiosa sulla superficie del mare. A sopravvivere furono quelli che riuscirono a raggiungere le zattere Carley od ad aggrapparsi a dei rottami.

Il fuochista Brancalon si era gettato in mare mentre la nave si rovesciava su un fianco; mancato di poco dall’albero – la cui estremità gli strappò una scarpetta – riuscì a raggiungere l’idrovolante da ricognizione imbarcato sul Diaz, che era stato lanciato in mare dalle esplosioni, ed era rimasto a galla, sebbene capovolto: nove naufraghi riuscirono a raggiungerlo ed aggrapparvisi. Brancalon e l’armiere Luna riuscirono ad arrampicarsi sullo scarpone dell’idrovolante, mentre gli altri, sfiniti ed assiderati, lasciarono la presa e scomparvero nel buio, per ultimo un maresciallo cannoniere.

Il capo furiere Weibel nuotò a lungo per allontanarsi dal Diaz che affondava; quando infine si girò, vide la poppa dell’incrociatore che si alzava sul mare. Ritrovatosi un salvagente tra le mani, Weibel aiutò il secondo nocchiere Della Mea ad indossare il suo, poi i due proseguirono insieme, e Della Mea guidò Weibel su una zattera Carley, già gremita di naufraghi. Nonostante tutto, i superstiti erano piuttosto calmi.

Dopo aver osservato l’apocalittico risultato dei suoi lanci tramite il periscopio, l’Upright scese a 45 metri di profondità, virando per allontanarsi dalle scie lasciate dai suoi siluri. L’Ascari (che era stato mancato da uno dei due siluri non andati a segno) ed il Corazziere diedero la caccia al sommergibile, gettando infruttuosamente dieci o dodici bombe di profondità dalle 3.45 alle 4.25, mentre il Bande Nere, dopo l’attacco, era proseguito a maggiore velocità e con rotta a zig zag, scortando il convoglio a destinazione. La concussione degli scoppi delle bombe di profondità gettate dall’Ascari investì molti naufraghi del Diaz, peggiorando la situazione. Alle 4.30 l’Ascari iniziò a soccorrere i superstiti, dispersi in un’area abbastanza vasta, mentre il Corazziere, avendo proseguito nella vigilanza antisommergibile, si unì ai soccorsi solo alle 7.30. All’alba sopraggiunsero anche aerei inviati da Marina Libia e da Trapani.

L’Upright, che aveva passato il contrattacco a 6 o 7 metri dal fondale, non fu danneggiato dall’attacco e ritornò a quota periscopica alle 7.15, osservando l’orizzonte tutt’intorno e vedendo che l’incrociatore attaccato non c’era più: solo due cacciatorpediniere intenti al recupero dei naufraghi laddove si era trovata la nave attaccata, su rilevamento 270°. Il sommergibile si avviò poi sulla rotta di rientro a Malta.

L’Ascari recuperò 150 uomini ancora vivi, tra cui 31 feriti, e nove cadaveri (per altra fonte i sopravvissuti salvati dall’Ascari furono invece 144), mentre il Corazziere raccolse solo tre superstiti, pur setacciando il mare per quattro ore. Due dei naufraghi morirono poco dopo.

Il furiere Calabrese, quando raggiunse a nuoto l’Ascari, aveva ancora con sé cappotta e baionetta.

Intorno alle 9.15 del mattino del 25 febbraio i due cacciatorpediniere, avendo ultimato il recupero dei naufraghi, rimisero in moto dirigendo verso nordovest, arrivando a Palermo il 26 insieme al Bande Nere.

Dell’equipaggio del Diaz sopravvissero solo 14 ufficiali, 24 sottufficiali e 103 tra sottocapi e marinai. Meno del 25 % dell’equipaggio: nessun altro incrociatore italiano ebbe perdite così elevate in rapporto al personale imbarcato.

Perirono con la nave 13 ufficiali, 62 sottufficiali, 382 tra sottocapi e marinai, quattro militarizzati e tre militari della Regia Aeronautica assegnati all’idroricognitore imbarcato.

(Altre stime presentano leggere differenze: 464 morti e 147 sopravvissuti; 500 morti e 133 sopravvissuti; 484 morti e 147 sopravvissuti; circa 500 morti e 153 sopravvissuti otto dei quali feriti gravemente. È possibile che queste discordanze siano dovute al fatto che altri superstiti siano successivamente deceduti in ospedale).

Tra i morti vi fu anche un giovane nipote del futuro Papa Giovanni XXIII, i cui parenti, negli anni a venire, avrebbero spesso visitato a Monfalcone il marinaio Boris Randi, amico di loro figlio, il quale, insieme ad un altro marinaio, era stato sbarcato poco prima dell’ultima missione.

Scomparve anche il marinaio Valentino Jelpa di Scalea, che, pur avendo avuto la possibilità di sbarcare prima della rischiosa missione, aveva preferito restare a bordo commentando “se dobbiamo morire, moriremo tutti”.





I caduti tra l’equipaggio:

Sebastiano Modesto Accornero, marinaio fuochista, disperso
Ennio Albera, marinaio, disperso
Ferdinando Aldieri, secondo capo cannoniere, disperso
Arcangelo Alessi, marinaio carpentiere, disperso
Domenico Amici, marinaio cannoniere, disperso
Antonino Andò, marinaio, disperso
Giorgio Antonaci, secondo capo cannoniere, disperso
Vincenzo Anzalone, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Aquino, sottocapo elettricista, disperso
Eulero Arca, marinaio fuochista, disperso
Costantino Baldassarre, marinaio, disperso
Cosimo Baldini, marinaio elettricista, disperso
Pietro Balistreri, marinaio, disperso
Giorgio Balloni, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Angelo Barbagallo, marinaio fuochista, disperso
Dante Barbaro, marinaio cannoniere, disperso
Ettore Barbato, capo cannoniere di terza classe, disperso
Bruno Barberis, sottocapo elettricista, disperso
Mario Barbieri, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Bardaro, marinaio cannoniere, disperso
Nicola Bardaro, marinaio motorista, disperso
Luigi Baricelli, marinaio cannoniere, disperso
Antonino Barone, marinaio, disperso
Giuseppe Baronti, capo infermiere di terza classe, disperso
Giacomo Baschiera, sottocapo meccanico, disperso
Iginio Basso, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Giovanni Bastianetto, marinaio fuochista, disperso
Luigi Battistini, sergente meccanico, disperso
Cleto Baudrocco, marinaio, disperso
Ughetto Bellotti, marinaio carpentiere, disperso
Giovanni Berardi, marinaio fuochista, disperso
Osvaldo Bertaccini, marinaio fuochista, disperso
Lorenzo Bertera, capo aiutante di seconda classe, disperso
Domenico Bertino, marinaio, disperso
Ezio Bertolaia, secondo capo cannoniere, disperso
Fermino Bertoli, marinaio, disperso
Biagio Bertolino, marinaio carpentiere, disperso
Costanzo Bertolino, sottocapo carpentiere, disperso
Gino Bertoncin, marinaio motorista, disperso
Stefano Bertuccelli, marinaio, disperso
Angiolo Giuseppe Biagioni, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Mario Bignone, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Biondi, sottocapo motorista, disperso
Natale Bisazza, marinaio cannoniere, disperso
Ferdinando Bogazzi, marinaio, disperso
Osvaldo Bonaldo, marinaio, disperso
Luigi Bonessi, marinaio fuochista, disperso
Francesco Bonfini, marinaio, disperso
Carmelo Bonina, marinaio S. D. T., disperso
Luigi Bordero, marinaio, disperso
Ferruccio Boschetto, sottocapo fuochista, disperso
Pietro Bozzolasco, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Bracia, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Brazzoli, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Bresolin Dialma, sottocapo cannoniere, disperso
Paolo Brizio, marinaio S. D. T., disperso
Luigi Bruni, sottocapo elettricista, deceduto
Bruno Bruni, marinaio, disperso
Nunzio Bruno, marinaio fuochista, disperso
Marcello Bufalini, marinaio cannoniere, disperso
Agostino Buiatti, secondo capo cannoniere, disperso
Antonio Burgarelli, marinaio segnalatore, disperso
Giuseppe Cacciutto, marinaio segnalatore, disperso
Gaetano Caffaro, marinaio cannoniere, disperso
Carlo Calandri, marinaio S. D. T., deceduto
Vincenzo Calò, sottocapo cannoniere, disperso
Carlo Camerota, marinaio, deceduto
Carlo Cantù, marinaio elettricista, disperso
Viscardo Cappelletti, secondo capo S. D. T., disperso
Giuseppe Capraro, marinaio furiere, deceduto
Giacomo Caravello, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Cardin, marinaio furiere, disperso
Guglielmo Carignano, sottocapo cannoniere, disperso
Lino Augusto Carlini, marinaio cannoniere, deceduto
Lorenzo Carlini, marinaio, disperso
Martire Carluccio, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Carolei, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Carraro, secondo capo meccanico, disperso
Alfonso Cartusciello, marinaio fuochista, disperso
Italo Carrucciu, capo meccanico di seconda classe, disperso
Felice Casiraghi, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Castagna, marinaio fuochista, disperso
Diego Casubolo, capo nocchiere di prima classe, deceduto
Giuseppe Cavestri, marinaio, disperso
Luigi Ceccarello, marinaio cannoniere, disperso
Innocenzo Ceccato, sergente meccanico, disperso
Milone Ceccanti, secondo capo furiere, disperso
Andrea Cerofolini, marinaio, disperso
Sirio Chegia, secondo capo segnalatore, disperso
Nicola Chiarenza, secondo capo S. D. T., deceduto
Lorenzo Ciappessoni, marinaio torpediniere, deceduto
Giulio Ciarloni, marinaio cannoniere, disperso
Sante Cicchini, marinaio, disperso
Giovanni Ciccone, marinaio cannoniere, disperso
Sirio Cicognani, marinaio fuochista, disperso
Renato Cima, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Cinquepalmi, marinaio, disperso
Andrea Clari, marinaio fuochista, disperso
Francesco Cobuzio, sergente cannoniere, disperso
Renzo Coda, secondo capo furiere, disperso
Luigi Coggiola, marinaio cannoniere, disperso
Duilio Collarich, marinaio fuochista, disperso
Luigi Colombino, secondo capo meccanico, disperso
Rinaldo Colombo, secondo capo furiere, disperso
Fernando Comba, sergente meccanico, disperso
Giovanni Conte, marinaio cannoniere, disperso
Mario Conzano, sottocapo meccanico, disperso
Silvano Corsini, marinaio fuochista, deceduto
Michele Corso, marinaio fuochista, disperso
Mario Cortese, marinaio, disperso
Giuseppe Cossutta, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Cova, marinaio fuochista, disperso
Carlo Criscenti, marinaio, disperso
Agostino Cuppini, secondo capo cannoniere, disperso
Giuseppe Cutri, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Battista D’Ambrosio, guardiamarina, disperso
Romolo D’Ammacco, marinaio fuochista, disperso
Francesco D’Angelo, marinaio, disperso
Antonio D’Ascanio, marinaio, disperso
Francesco D’Elia, marinaio cannoniere, disperso
Libero D’Errico, marinaio fuochista, disperso
Virgilio D’Oppido, marinaio fuochista, disperso
Daniele Da Pozzo, sottocapo meccanico, disperso
Giovanni Dapor, marinaio fuochista, disperso
Domenico Daverio, sergente radiotelegrafista, disperso
Mario De Cristofaro, marinaio, disperso
Vittorio De Gasperi, sottocapo cannoniere, disperso
Salvatore De Martino, marinaio fuochista, disperso
Antonio De Mastrogiovanni, marinaio nocchiere, disperso
Mainardo De Nardis Di Prata, capitano di fregata, deceduto
Angelo De Michele, sergente elettricista, disperso
Costanzo De Nicolò, marinaio nocchiere, disperso
Lamberto De Prosperis, sottocapo cannoniere, disperso
Antonio De Simone, marinaio cannoniere, disperso
Raffaele De Vivo, sottocapo torpediniere, deceduto
Gennaro Del Giudice, marinaio, disperso
Oreste Del Prete, capo meccanico di terza classe, disperso
Angelo Delfino, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Dentone, marinaio cannoniere, deceduto
Giovanni Di Grandi, marinaio fuochista, disperso
Michele Di Mango, marinaio cannoniere, disperso
Paolo Di Nicolo, marinaio elettricista, disperso
Aldo Dorizzi, marinaio, disperso
Gaetano Durante, marinaio, disperso
Giuseppe Erio, marinaio fuochista, disperso
Mariano Fabris, marinaio, disperso
Fausto Faccini, secondo capo furiere, disperso
Antonio Falchi, marinaio cannoniere, disperso
Donato Falco, marinaio, disperso
Florindo Fantelli, secondo capo meccanico, disperso
Giacomo Farcinto, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Fassini, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Ferilli, marinaio, disperso
Luigi Ferlin, marinaio fuochista, disperso
Marino Ferracuti, marinaio cannoniere, disperso
Iginio Ferro, marinaio furiere, disperso
Paolo Fina, marinaio segnalatore, disperso
Emanuele Fiordiprato, marinaio carpentiere, disperso
Silvio Fioretti, marinaio, disperso
Salvatore Fiorino, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Fonticoli, secondo capo cannoniere, disperso
Francesco Foresti, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Antonio Fradella, secondo capo meccanico, disperso
Paolo Francone, marinaio fuochista, disperso
Angelo Franzese, sergente meccanico, disperso
Alfredo Frassoni, sottotenente di vascello, disperso
Dante Fratti, marinaio fuochista, disperso
Francesco Frisone, marinaio, disperso
Silvio Fuligna, sottocapo nocchiere, disperso
Renato Furlan, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Furlanetto, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Fusero, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Gaetani, marinaio fuochista, disperso
Mario Gagliano, marinaio elettricista, disperso
Rosario Gagliano, sottocapo cannoniere, disperso
Domingo Gambaro, maggiore del Genio Navale, disperso
Guido Garavaldi, secondo capo meccanico, disperso
Giuseppe Gangemi, marinaio, disperso
Francesco Gargiulo, marinaio, disperso
Giovanni Lorenzo Garitta, capo cannoniere di seconda classe, disperso
Angelo Gazze, marinaio cannoniere, disperso
Gaetano Gemma, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Tommaso Germanà, marinaio cannoniere, disperso
Cosimo Germano, sottocapo elettricista, disperso
Martino Geromella, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale Ghelfi, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Ghersevich, marinaio fuochista, disperso
Alfredo Ghezzi, capitano di corvetta, disperso
Riccardo Ghiselli, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Attilio Giachino, marinaio silurista, deceduto
Vincenzo Giacolone, marinaio fuochista, disperso
Emilio Giacometti, marinaio fuochista, disperso
Stefano Gianquinto, marinaio, disperso
Elio Giganti, sottocapo elettricista, deceduto
Bruno Gilardi, sergente cannoniere, disperso
Carlo Giordano, marinaio, disperso
Angelo Raffaele Giorgetti, marinaio nocchiere, disperso
Giuseppo G. Giraffe, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Glorioso, marinaio fuochista, disperso
Armando Gnoni, marinaio, disperso
Annibale Goretti, tenente CREM, deceduto
Manlio Grassi, capo elettricista di terza classe, disperso
Ulderico Grassi, marinaio fuochista, disperso
Olivio Gravis, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Gretter, marinaio fuochista, disperso
Tullio Grisanti, secondo capo furiere, disperso
Annunziato Grosso, marinaio, disperso
Ottavio Guerra, sergente cannoniere, disperso
Antonio Gugliucci, marinaio cannoniere, disperso
Valerio Ielpa, marinaio fuochista, disperso
Tommaso Ingegneri, marinaio furiere, disperso
Emilio Isola, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore La Cagnina, sottocapo elettricista, disperso
Cosimo Ladogana, marinaio fuochista, deceduto
Giuseppe Ladu, marinaio fuochista, disperso
Elso Landini, marinaio nocchiere, disperso
Enea Lanzarini, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Lanzoni, marinaio, disperso
Silvio Lechthaler, marinaio cannoniere, disperso
Virginio Leggiero, marinaio elettricista, disperso
Emilio Leperini, marinaio, disperso
Vincenzo Lilli, capo cannoniere di seconda classe, deceduto
Antonio Lipari, marinaio, disperso
Luigi Lodi, marinaio fuochista, disperso
Giacomo Longo, secondo capo furiere, disperso
Michele Longobardi, capo carpentiere di seconda classe, disperso
Luigi Lorizio, capo radiotelegrafista di prima classe, disperso
Angelino Luciani, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Luciani, secondo capo elettricista, disperso
Vittorio Lupi, sergente radiotelegrafista, disperso
Giuseppe Macalli, marinaio, disperso
Domenico Macaluso, marinaio fuochista, disperso
Attilio Magrini, marinaio, disperso
Francesco Maioli, marinaio elettricista, disperso
Sebastiano Maiolino, marinaio fuochista, disperso
Daniele Mameli, marinaio fuochista, disperso
Nunziato Mancuso, marinaio silurista, deceduto
Nazzareno Mandozzi, marinaio cannoniere, disperso
Antonino Mannese, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Manzotti, secondo capo infermiere, disperso
Odino Maran, marinaio furiere, disperso
Luigi Marcellino, marinaio, disperso
Gaetano Marchi, marinaio, disperso
Guido Marcucci, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Maresca, marinaio, disperso
Virgilio Mari, sottocapo elettricista, disperso
Dino Marinari, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Marinelli, secondo capo elettricista, disperso
Angelo Marini, marinaio, disperso
Luigi Marini, marinaio fuochista, disperso
Luigi Marino, sergente meccanico, disperso
Vincenzo Marino, marinaio, disperso
Renato Marinucci, marinaio fuochista, disperso
Guido Marocchini, marinaio fuochista, disperso
Cesare Maritati, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Martino, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Martinoni, marinaio fuochista, disperso
Ciro Maschio, marinaio fuochista, disperso
Leonardo Massaro, marinaio cannoniere, disperso
Rosolino Massone, sergente furiere, disperso
Carlo Mastrodicasa, marinaio elettricista, deceduto
Agostino Matta, marinaio, disperso
Antonio Matta, sottocapo elettricista, disperso
Vincenzo Mattera, marinaio, disperso
Giuseppe Mauro, sottocapo segnalatore, disperso
Marco Mazzardi, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Mazzola, capitano di vascello (comandante), disperso
Ferdinando Mazzone, marinaio fuochista, disperso
Nicola Mede, marinaio fuochista, disperso
Silvio Medri, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Melandri, secondo capo furiere, disperso
Anselmo Meloni, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Mercurio, marinaio, disperso
Emanuele Milinanni, capo S. D. T. di terza classe, disperso
Ciro Milo, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Miriani, marinaio fuochista, disperso
Francesco Moccia, marinaio elettricista, disperso
Domenico Mogna, marinaio elettricista, disperso
Giovanni Momentè, secondo capo segnalatore, disperso
Francesco Monaco, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Monaco, sottocapo nocchiere, disperso
Giuseppe Monaco, marinaio, disperso
Filippo Mondello, marinaio, disperso
Umberto Mongillo, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Carmine Montaruli, secondo capo cannoniere, disperso
Settimo Morganti, sergente cannoniere, disperso
Giuseppe Morvillo, capo cannoniere di terza classe, disperso
Amos Mosti, marinaio S. D. T., disperso
Angelo Motta, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Mozzo, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Nazzareno, marinaio, disperso
Renzo Noberini, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Nocerino, marinaio, disperso
Gastone Notari, marinaio, disperso
Domenico Novara, marinaio cannoniere, disperso
Cosimo Nunnari, marinaio cannoniere, disperso
Agostino Orlando, marinaio cannoniere, disperso
Armando Paesano, sottocapo infermiere, disperso
Gastone Paganini, tenente di vascello, disperso
Mario Paita, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Pala, sottocapo meccanico, disperso
Stefano Pallavicini, capo furiere di terza classe, disperso
Raimondo Palomba, capo elettricista di prima classe, disperso
Luigi Paolillo, marinaio, disperso
Luigi Parascandolo, sergente radiotelegrafista, disperso
Ernesto Parini, marinaio cannoniere, deceduto
Lino Parmigiani, marinaio cannoniere, disperso
Federico Parodi, marinaio cannoniere, disperso
Beniamino Parravicini, marinaio fuochista, disperso
Antonio Pasini, sergente cannoniere, disperso
Gilberto Pasqualon, marinaio fuochista, disperso
Giacomo Pastorino, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Pastorino, marinaio fuochista, disperso
Martino Paventi, sottocapo segnalatore, disperso
Francesco Perosce, marinaio fuochista, deceduto
Giovanni Perra, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Persia, capo nocchiere di prima classe, disperso
Giobatta Pesce, marinaio nocchiere, disperso
Rocco Petralla, marinaio cannoniere, disperso
Mario Petraroli, marinaio fuochista, disperso
Luigi Pettinicchio, fuochista, disperso
Walter Pianella, marinaio nocchiere, disperso
Emilio Pibiri, capo cannoniere di terza classe, disperso
Alfredo Picciafuoco, marinaio, disperso
Angelo Pietrangeli, secondo capo motorista, disperso
Giuseppe Pignatiello, sottocapo meccanico, deceduto
Pietro Pignatti di Morano, guardiamarina, deceduto
Pietro Pillitteri, marinaio, disperso
Vittori Piluso, sottocapo nocchiere, disperso
Ugo Piolanti, marinaio fuochista, disperso
Aurelio Piroddi, capo segnalatore di seconda classe, disperso
Gaetano Pirrone, secondo capo furiere, disperso
Andrea Pitti, marinaio, deceduto
Ernesto Pizzi, marinaio fuochista, disperso
Umberto Pizzolla, marinaio fuochista, disperso
Ettore Poletti, capo meccanico di seconda classe, disperso
Virginio Poli, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Pontisano, marinaio fuochista, disperso
Francesco Porati, sergente cannoniere, disperso
Pasquale Pratesi, capo cannoniere di terza classe, disperso
Silvestro Prati, marinaio fuochista, disperso
Demetrio Prealto, marinaio fuochista, disperso
Valentino Primosich, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Principato, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Prudentini, marinaio, disperso
Michele Prudenza, marinaio fuochista, disperso
Guerrino Puerari, sergente meccanico, disperso
Leonardo Pulimeno, secondo capo cannoniere, disperso
Clemente Ramella, capo meccanico di terza classe, disperso
Giuseppe Ramunni, secondo capo elettricista, disperso
Francesco Randisi, marinaio, disperso
Vittorio Rapino, marinaio, disperso
Luigi Ravera, marinaio S. D. T., disperso
Vincenzo Reale, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Rebuttato, marinaio S. D. T., disperso
Paolo Ricchiuti, marinaio, disperso
Domenico Ricciardi, marinaio silurista, disperso
Ilio Ricciarelli, sottocapo segnalatore, disperso
Luigi Rizzi, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Roccaforte, marinaio, disperso
Pietro Romeo, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Roncalli, marinaio elettricista, disperso
Giuseppe Rosito, marinaio, disperso
Paolo Emilio Rossi, tenente di vascello, disperso
Giovanni Rosso, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Rubin, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Ruggeri, secondo capo cannoniere, disperso
Giuseppe Ruggeri, marinaio, disperso
Leo Ruggieri, marinaio fuochista, disperso
Giulio Salami, sergente cannoniere, disperso
Onorato Salvini, marinaio silurista, disperso
Giuseppe Salvo, marinaio cannoniere, disperso
Severino Sandoni, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Sanneris, marinaio, disperso
Giuseppe Santoro, marinaio, disperso
Luigi Santoro, marinaio, disperso
Mario Sanvito, marinaio, disperso
Bruno Saracini, capo cannoniere di terza classe, disperso
Achille Sartori, marinaio, deceduto
Vito Scalcioni, marinaio nocchiere, disperso
Amerigo Scarano, sergente carpentiere, disperso
Gregorio Scaturro, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Scavino, sottotenente di vascello, disperso
Giacomo Schiaffino, marinaio, disperso
Paolo Schirru, marinaio elettricista, disperso
Carlo Scirocchi, marinaio, disperso
Bartolomeo Scognamiglio, marinaio, disperso
Antonino Scolaro, marinaio, disperso
Giovanni Scotto, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Rosario Scuderi, secondo capo furiere, disperso
Pellegro Segnini, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Sellitto, marinaio cannoniere, disperso
Donato Selvaggio, sottocapo segnalatore, disperso
Vetusto Selvatici, secondo capo meccanico, disperso
Carlo Sergas, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Serino, marinaio cannoniere, deceduto
Michele Sforza, secondo capo silurista, disperso
Giuseppe Sgobio, capo cannoniere di terza classe, disperso
Benigno Alfonso Simari, marinaio cannoniere, disperso
Alfredo Simeone, capo cannoniere di seconda classe, disperso
Luigi Slatich, marinaio, disperso
Francesco Soldi, secondo capo furiere, disperso
Giovanni Sorano, marinaio, disperso
Edoardo Sormani, tenente di vascello, disperso
Domenico Sorrentino, marinaio, deceduto
Nicolò Spada, marinaio fuochista, disperso
Stefano Spedale, sergente cannoniere, disperso
Angelo Spinelli, marinaio, disperso
Raffaele Spiniello, sottocapo cannoniere, disperso
Ivo Spisani, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Spora, capo cannoniere di prima classe, disperso
Oreste Squarci, sottocapo cannoniere, disperso
Federico Antonio Stama, marinaio, disperso
Antonio Surace, marinaio, disperso
Amedeo Tacconi, capo silurista di seconda classe, disperso
Emilio Talenti, secondo capo nocchiere, deceduto
Francesco Tanda, marinaio, disperso
Domenico Tarantino, marinaio cannoniere, disperso
Aldo Tartaglini, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Tei, marinaio cannoniere, disperso
Matteo Teniglia, marinaio, disperso
Gennaro Terrone, marinaio, disperso
Michele Titone, marinaio, deceduto
Mario Tobia, marinaio, disperso
Michele Todisco, marinaio, disperso
Battista Tonni, marinaio silurista, disperso
Dino Torraccia, marinaio cannoniere, disperso
Antonino Torre, sottocapo S. D. T., disperso
Michele Tortora, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Tortul, marinaio, disperso
Gioacchino Toseri, marinaio, disperso
Antonino Trieste, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Trio, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Triolo, marinaio, disperso
Giuseppe Trotta, marinaio cannoniere, disperso
Fernando Turchi, marinaio elettricista, disperso
Giuseppe Turini, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Vacchina, sottocapo elettricista, disperso
Emilio Valcalda, sottocapo cannoniere, disperso
Riccardo Valla, capo meccanico di terza classe, disperso
Enzo Vedovato, sottocapo cannoniere, disperso
Ermanno Veneruso, marinaio, disperso
Rocco Vento, marinaio, disperso
Berto Ventura, marinaio cannoniere, disperso
Federico Venzano, marinaio, disperso
Vitangelo Verga, marinaio, disperso
Giuseppe Vezzosi, sergente cannoniere, disperso
Giuseppe Viscardi, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Zagati, marinaio cannoniere, disperso
Filiberto Zanfagna, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Gennaro Zappa, capo cannoniere di prima classe, disperso
Aldo Zara, tenente medico, disperso
Giordano Zerial, marinaio cannoniere, disperso
Nicola Zingaro, marinaio silurista, disperso
Silvio Zitteri, secondo capo meccanico, disperso
Diego Zoppis, secondo capo meccanico, deceduto
Vincenzo Zolli, marinaio, disperso
Giuseppe Zurli, marinaio radiotelegrafista, disperso


Alcuni stralci di testimonianze di sopravvissuti, riportati da Pietro Faggioli nell’articolo suo e di Andrea Ghisotti, relativo a perdita e ritrovamento del Diaz, pubblicato sulla “Rivista Marittima” del settembre 2007:


Fuochista Cesare Brancaleon:

“Siccome il DM Apollone aveva ordinato di guarnire le manichette, ho cercato, nel buio, i boccalini, poi, non resistendo al soffocamento, mi sono recato verso poppa, lungo il corridoio che appariva deserto. Nel camminare ho avuto l’impressione che i piedi fossero immersi nella nafta. Sono salito in coperta, ho trovato l’acqua quasi al boccaporto e mi sono gettato in mare allontanandomi. Nel frattempo la nave si abbatteva e la punta dell’albero mi portava via una scarpetta. Ho nuotato verso l’apparecchio che galleggiava rovesciato attorno al quale vi erano otto persone. Successivamente con l’armiere Luna, sono riuscito a salire sullo scarpone, mentre tutti gli altri scomparivano vinti dal freddo e dalla stanchezza. Ultimo a scomparire è stato un maresciallo cannoniere.”


Marinaio servizi vari Giuseppe Panettieri:

“Dopo aver cercato di collaborare a stendere le manichette antincendio, ma senza energia elettrica non c’era mandata d’acqua alle prese, seguimmo allora il signor Paganini verso poppa e tutti ci munimmo di salvagenti. C’era un po’ di luna e si vedeva tutta la scena. Molti erano già in mare. Vidi però che la nave galleggiava ancora e perciò ho cercato di andare a chiamare il Ten. Comm. Empoli che sapevo dormiva nel suo camerino a poppa. Scesi dalla scala del Comandante nel corridoio e vidi l’aspirante Pugnoni (A.G.M. Pignatti), da poco imbarcato, che non sapeva come raggiungere la coperta. Visto che nel camerino non c’era più il commissario, raggiunsi l’aspirante e lo guidai in coperta. Qui non vidi più nessuno. la nave era molto sbandata e raggiungemmo il bordo a quattro mani. Non avemmo il tempo di levarci le scarpe. L’aspirante si buttò in acqua prima di me dallo scarica bombe A.S. ed ebbi l’impressione che fosse caduto sull’asse dell’elica di dritta perché non lo vidi più. La poppa era molto fuori dall’acqua e vedevo bene l’elica. Scivolai lungo il bordo tenendomi agli oblò e così raggiunsi l’acqua scivolando sulla carena. Urtai però nell’asse ferendomi, capì tutto, ma non potevo gridare. Fui salvato dall’Ascari...”


Marinaio pecialista direzione di tiro Gino Trevisan:

“...mi alzai e mi trovai completamente bloccato in mezzo alle lamiere; con uno strappo mi liberai il piede destro che era rimasto bloccato. Davanti a me c’era il S.C. Vedovato che invocava il mio aiuto ma, purtroppo, nelle condizioni nelle quali mi trovavo, non potevo far nulla, difatti mi disse lui stesso di lasciarlo ed allora mi tolsi i due cappotti che avevo indosso e provvidi a coprirlo. Potei vedere una via d’uscita attraverso il groviglio delle lamiere e mi trovai nel complesso centrale...”


Capo furiere segretario di terza classe Riccardo Weibel:

“Mi trovavo in cuccetta nella zona 8 ed andai a dormire alle ore 1,30 circa. Ad un momento (non posso precisare l'ora) sentii un colpo seguito immediatamente da un altro e mi trovai gettato dalla cuccetta. Dormiva nello stesso alloggio il 2° C. furiere Pallavicino Stefano che mi chiese cosa fosse successo. Gli dissi che non sapevo e mi gettai fuori scalzo. Appena fuori trovai il Capitano del G. N. Apollonio Carlo che gridava 'posto d'incendio'; cooperai ad aiutare il personale della zona 7 a mettere le manichette al loro posto; poi non vidi più nessuno e decisi di salire in coperta ma mi si presentava il mio furiere (S. panettiere Maronno) tutto bruciato che mi chiedeva soccorso. Presi il Maronno e lo portai nella zona 7 dove si trovava l'ospedale da combattimento (ed era il mio posto di combattimento) e telefonai all'infermeria per far venire il Dottore. Nessuno rispondeva più, presi una sedia e ruppi lo stipetto ove si trovavano i medicinali, presi del cotone ed unsi sul corpo del Maronno. In quel momento la nave inclinava forte e nello stesso tempo il corridoio si riempiva di nafta; quindi dissi al Maronno: scappiamo in coperta, qui è pericoloso, e lui mi disse di non poter venire 'andate Capo, non posso più'. Lo baciai sui capelli, avendo egli la faccia bruciata e lo salutai (prudentemente mi disse che eravamo stati colpiti da due siluri e che il forno bruciava). Mi recai in coperta e sentii gridare 'gente a mare' e mi recai sul ponte di volo per prendere un salvagente ma scivolai e caddi, sbattendo la testa nella mitragliera a poppa (sinistra). Mi rialzai, ritentai, ma scivolai verso le draglie dove speravo prendermi ed invece mi trovai a mare. Nuotai per un bel tratto per allontanarmi dalla nave il più possibile e quando mi girai vidi la poppa del DIAZ rialzata e provai un dolore. Contemporaneamente cercai una via di scampo; tra le mani mi trovai un salvagente; in mare aiutai il Secondo nocchiere Della Mea a mettersi bene il salvagente e, con lui proseguii. Il Della Bea mi fece strada per trovare un Carley ove già si trovavano diversi superstiti. Fummo raccolti dal C.T. ASCARI. Non posso precisare il punto, solo che verso prua, vedevo un faro e basta. Non ho altro da aggiungere se non che tutti eravamo abbastanza calmi e consci di quanto era successo.”


Capo di terza classe Bianchin Luigi:

“…nell'istante dello scoppio mi trovavo in centralina A.S. sita in contro plancia. Mi sentì sollevare, rovesciare ed invadere da gas e fiamme, che più tardi capì che provenivano dal fumaiolo di prora. Tentai di aprire la porta che trovai bloccata, non respiravo più, come gli altri quattro che si trovavano con me…con l'aiuto di un marinaio e del Signore potemmo curvare la porta ed aprirci un varco. Fuori che fui dal locale vidi la scena nella sua realtà: il complesso plancia comando e sovrastrutture si trovavano abbattute verso poppa. Ponte di comando, controplancia e plancia vedetti si trovavano tutte unite in un ammasso di rovine. In prossimità del fumaiolo ed alle basi del forno di prora ho osservato due incendi. Grida di soccorso mi richiamarono verso le rovine della plancia e vidi delle vedette imprigionate fra i rottami, intuito che in plancia fossero tutti massacrati meno tre persone che rifornii di salvagente (casualmente trovati tra le macerie), me ne scesi per il fumaiolo di prora e attraversando l'incendio mi avvicinai alla motobarca per toglierne le braghe, ove riuscii solo per metà operazione...”


Nocchiere Bosticca Giacomo, destinato al caricamento della torre 4:

“…si è spenta la luce ed il Capo impianto ci ha fatto uscire in coperta. Io mi sono recato a poppa ed essendo destinato alle bombe di profondità durante la navigazione, sono andato vicino al lancia bombe. Agli ordini del Ten. Vasc. Paganini Uff. E. T. abbiamo lanciato due bombe ed ho sentito distintamente l'esplosione della prima quando la nave cominciava ad inabissarsi attendevo l'ordine di prendere il salvagente e buttarci in acqua. Dopo 300 metri di nuoto…”


Furiere segretario Calabrese Pasquale:

“Il mattino del 25/2/941 mi trovavo di piantone alla cassa, quando sentii una grande esplosione; subito corsi in coperta e vidi verso il centro che la nave sembrava crollata in mezzo alle fiamme. Allora mi infilai il salvagente e mi tuffai a mare dove andai a nuoto con la cappotta e la baionetta fino all'Ascari


Infermiere Pedrazzi Bruno:

“Mi trovavo nell'infermeria sotto il castello (fianco di coperta a dritta) ed erano con me il Tenente Medico Aldo Zara, il Capo Infermiere Baronte Giuseppe ed il Sottocapo Infermiere Paesano Armando. In infermeria non vi era alcun malato. Io ero in cuccetta, allo scoppio sono caduto a terra. Dopo pochi istanti sono uscito dall'infermeria e quindi dal Castello. Il forno e la cooperativa bruciavano, quando ho visto gli altri buttarsi in mare, ho preso un salvagente…..”


Cannoniere Lamponi Angelo:

“Ero al complesso centrale da 100/47 ove è il mio posto di navigazione notturna quando verso le 3,45 ho sentito due esplosioni, una a proravia della plancia e l'altra sotto la plancia stessa, susseguitesi a pochi secondi di distanza. Fui investito da spruzzi d'acqua o nafta scottanti e che mi bruciarono un po’ il viso e le mani. Sceso dal mio posto sono andato a poppa, in coperta ove c'erano gli altri e mi sono buttato…”


g.c. Rivista Marittima


Così l’affondamento del Diaz è visto nel giornale di bordo del suo affondatore (da Uboat.net):
“0222 hours - In position 34°33'N, 11°45'E sighted three vessel bearing 315°, distance about 2.5 nautical miles. Started attack. While closing it was seen that the targets were two cruisers escorted by a destroyer [quest’ultimo era l’Ascari in coda alla linea, mentre il Corazziere, che era in testa, non era visibile dall’Upright], all in line ahead.

0240 hours - Fired four torpedoes at the second ship of the line [il Diaz]. This was the largest ship. Dived after firing.

0241 hours - Heard a heavy explosion which was also observed through the periscope. Went to 130 feet.

0245 hours - The first depth charges were being dropped.

0330 hours - The 12th and last depth charge was dropped. Only the 10th and 11th depth charge were close but no damage was sustained.

0615 hours - Returned to periscope depth. Two modern Italian destroyers [Ascari e Corazziere] could be seen circling and stopping at the scene of the attack.

0815 hours - The destroyers made off the the West-North-West.”



Il Diaz alla fonda (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


Nel dopoguerra, l’appalto per il recupero del metallo dai relitti affondati presso le boe numero 4, 4 bis e 5 delle secche delle Kerkennah venne vinto dalla ditta MICOPERI (MIni COntivecchio REcuperi) di Milano, che, dopo aver smantellato diversi relitti, si mise in cerca di quello del Diaz sondando i fondali con uno scandaglio rimorchiato (in mancanza di sensori elettronici). Alla fine, a metà del 1952, Spartaco Blasizza, che guidava le ricerche, trovò il Diaz grazie alla chiazza formata dalla nafta che, dopo 11 anni, continuava a salire in superficie dai serbatoi del relitto dell’incrociatore. La nave giaceva adagiata sul lato sinistro ad una cinquantina di metri di profondità, in posizione in 34°33'N e 11°43'E, spezzata in due da un enorme squarcio a proravia della plancia e circondata dai rottami, con il tripode spezzato ed adagiato sul fondale e le torri 1 e 2 (quelle prodiere) abbattute fuori bordo. Il relitto, tuttavia, era ancora integro dall’ordinata 150 fino a poppa, tanto che la Micoperi propose alla Marina Militare di recuperare il Diaz per rimetterlo in servizio, anche se la risposta, dato che i costi sarebbero stati notevoli ed avrebbero portato ad avere una nave del tutto superata (il gemello superstite del Diaz, il Cadorna, uno dei pochi incrociatori lasciati all’Italia dal trattato di pace, era stato radiato l’anno precedente perché ormai obsoleto, oltre che logorato dal lungo servizio), fu negativa.

La Micoperi diede perciò inizio al recupero dei metalli pregiati del relitto. La torretta del sommergibile francese Morse, affondato su mine al largo della costa tunisina e recuperato in precedenza, venne trasformata in camera di decompressione, ma ciononostante le limitate attrezzature disponibili all’epoca fecero sì che per 20 minuti trascorsi sul relitto i subacquei dovessero fare due ore e mezza di decompressione.

Furono purtroppo questi lavori di recupero, più ancora del siluramento del 1941, a devastare il relitto: per recuperare i condensatori, 20 tonnellate di prezioso cupro-nichel e bronzo, si collocò sotto i resti della plancia una carica esplosiva – probabilmente proveniente da uno dei siluri del Diaz stesso, prelevati dal relitto – che fu poi fatta esplodere. Lo scoppio, come undici anni prima, coinvolse le munizioni rimaste ancora inesplose nel deposito munizioni localizzato sotto le torri 1 e 2, che esplosero spezzando definitivamente in due la nave. I condensatori vennero poi recuperati mediante un bigo da 10 tonnellate, poi i recuperi proseguirono, diretti da Spartaco Blasizza e poi da Giovanni Buttazzoni. Anche le eliche vennero asportate, così come le ancore, con le relative catene nella loro interezza. Infine l’attività mineraria e la cantieristica navale ripresero a funzionare, rendendo non più necessari (ed economicamente convenienti) i recuperi, pertanto la Micoperi interruppe i lavori sul Diaz, venendo chiamata dall’ONU a liberare il canale di Suez dai relitti delle navi affondate nella guerra tra arabi ed israeliani, e l’incrociatore cadde nuovamente nell’oblio.


Il relitto del Diaz, date le sue notevoli dimensioni – 169,3 metri di lunghezza e 15,5 di larghezza – divenne noto tra i pescatori lampedusani, negli anni successivi, come “il condominio”: spesso, infatti, i pescherecci di Lampedusa perdevano le loro reti, impigliate nel relitto dell’incrociatore (che non sapevano tuttavia essere tale), sebbene il “condominio” si sia poi rivelato essere solo una porzione secondaria del relitto. D’altra parte il relitto, oltre che per il rischio di perdervi le reti, era noto per la gran quantità di pesce che vi si poteva pescare. Solo nel giugno 2004 i subacquei della spedizione “Mizar 4” (tra cui il celebre Andrea Ghisotti, Roger Parodi, Carmine D’Alleva, Fabio Mondani, Giovanni Greco, Roberto Martini ed il ricercatore Pietro Faggioli), autori di numerosi ritrovamenti di relitti della battaglia dei convogli in acque tunisine, sono riusciti a dare un nome al “condominio”: alla ricerca del relitto del Diaz confrontando le posizioni indicate dall’Ufficio Storico della Marina Militare e dal rapporto dell’Upright e quelle indicate dai pescatori locali circa le masse ferrose sommerse, la squadra di “Mizar” ha appreso dai pescatori che il “condominio” era una massa (localizzata 75 miglia a sudovest di Lampedusa, in acque tunisine), che si elevava dal fondale per parecchi metri, e che era andata crollando col tempo. Uno dei pescatori lampedusani, Turiddu (un pescatore di ricciole attivo nella zona da più di quarant’anni), ha però spiegato che oltre al “condominio” (la cui posizione coincideva con le coordinate dell’USMM e dell’Upright) vi era, a circa 400 metri di distanza, un’altra massa molto più grande, della quale gli altri pescatori non erano a conoscenza.

Previa autorizzazione delle Marine italiana e tunisina, i subacquei si sono immersi su quest’ultima massa, ritrovandosi, dopo la discesa nel blu, sul gigantesco relitto: dapprima sono apparse solo le lamiere contorte, aggrovigliate e deformate, popolate da una moltitudine di pesci, non immediatamente identificabili, ma procedendo lungo il relitto una prima conferma della sua appartenenza ad una nave da guerra (ed il Diaz era l’unica affondata nelle vicinanze) è venuta dal timone, di tipo semicompensato, sprofondato nella sabbia del fondale, 50 metri sotto la superficie; poi anche le forme della poppa, stretta ed affusolata, hanno avallato la probabilità che si trattasse proprio del relitto dell’incrociatore. La nave riposava adagiata sul suo lato sinistro.

Il giorno successivo, in una nuova immersione, è avvenita la definitiva identificazione: i subacquei, procedendo dopo uno studio dei piani costruttivi del Diaz, hanno esplorato la poppa, trovando subito le torri 3 e 4 dei cannoni da 152 mm (quelle poppiere), ruotate verso sinistra, con i cannoni affondati nella sabbia del fondale. Poi i resti collassati del fumaiolo poppiero (già individuato nel corso della prima immersione insieme alla torre n. 4, sebbene quest’ultima non era stata riconosciuta a causa della scarsa visibilità), poi la scoperta della mancanza dell’elica di dritta, l’identificazione dei resti della catapulta dell’idrovolante dietro la torre numero 3. A centro nave, le motolance e le altre imbarcazioni sono scomparse; restano invece i cannoni da 100/47 mm dell’armamento secondario ed i tubi lanciasiluri da 533 mm, tutti ruotati verso sinistra. Andrea Ghisotti ha fotografato il relitto, ritrovando la lettera bronzea “A” (del peso di almeno 50-60 kg) del nome ancora presente sullo scafo. Poi, a 400 metri dal relitto (nell’altro punto, noto ai pescatori), sono stati ritrovati altri rottami di minori dimensioni e la torre n. 1 da 152 mm (la più prodiera), rovesciata su un fianco e circondata da innumerevoli proiettili da 152 mm e da 20 mm sparsi sul fondale; a poca distanza da questa è stata avvistata anche una massa scura, che nella successiva immersione si è rivelata essere il troncone della prua. All’interno della prua – devastata e resa irriconoscibile dal terribile calore dell’esplosione e dell’incendio – e sul fondale vicino giacevano ammassate delle catene, dei bomboloni d’ossigeno ed un verricello, probabile residuo delle operazioni di recupero degli anni ’50; la  coperta del castello, strappata dallo scafo dalla violenza dell’esplosione, giaceva poco più in là.

A proravia della zona dei fumaioli, la parte di nave che era stata costituita dalla plancia con il relativo torrione non era niente più che un ammasso di lamiere contorte. Nella ventesima ed ultima immersione sono stati trovati l’albero, adagiato sul fondale, e, leggermente staccata dal resto del relitto, la centrale di tiro ancora attaccata al suo tetrapode, ancora completa di telemetri e con la porta d’ingresso ancora chiusa.

Si è trattato del primo incrociatore italiano, tra quelli affondati nel secondo conflitto mondiale, ad essere localizzato. L’incrociatore giace ad una profondità di una cinquantina di metri (la profondità massima è 56 metri), sbandato di 60 gradi a sinistra, pressoché abbattuto su un fianco. La poppa è la parte più integra del relitto. I portelli corazzati delle torri dei cannoni e della stazione di direzione del tiro, che evidentemente non ci fu il tempo di aprire, sono tuttora chiusi, alcuni dei vetri blindati della stazione di direzione del tiro sono ancora intatti nonostante l’esplosione apocalittica ed i decenni trascorsi in fondo al mare. La prua della nave, così come le due torri corazzate prodiere, giace a 400 metri di distanza dal resto del relitto, i trenta metri di scafo che la univano al resto della nave sono totalmente mancanti, disintegrati dall’esplosione del 1952 ancor più che da quella che l’aveva affondata nel 1941. Prima di lasciare il relitto, nella ventesima ed ultima immersione, i subacquei della “Mizar 4” hanno posato sul Diaz, sui resti della plancia, una targa recante la scritta “Gli italiani non vi hanno dimenticato”.



Di seguito, una serie di fotografie scattate dal celebre fotografo subacqueo Andrea Ghisotti al relitto del Diaz durante la spedizione del 2004 (tratte dal citato articolo di Ghisotti e Faggioli, si ringrazia “Rivista Marittima”):



L’appendice per il dragaggio situata all’estrema prua


L’asse dell’elica di dritta, privo dell’elica stessa, asportata durante i lavori di recupero negli anni Cinquanta
I cannoni della torre numero 4 puntati nella sabbia del fondale

La stazione di direzione del tiro

Il dritto di prora


I resti del fumaiolo prodiero…


…e di quello poppiero





L’interno della stazione di direzione del tiro


La “A” di Diaz



L’occhio di cubia poppiero, senza più la catena dell’ancora, anch’essa rimossa dai recuperanti
 
La poppa con il timone (sopra e sotto)

 



L’argano salpancora di prua

La torre numero 4, la più poppiera, completamente ruotata a sinistra

Il tripode poppiero abbattuto sul fondale


La struttura del tripode poppiero


Il verricello e le catene delle ancore nella prua

 

Un disegno del relitto del Diaz, realizzato da Giovanni Paulli (g.c. Giovanni Paulli e Rivista Marittima)


























4 commenti:

  1. Mio zio Guido Garavaldi era secondo capo meccanico sull'Armando Diaz ed era purtroppo in servizio quella notte di 74 anni fa. In famiglia, soprattutto finché sono rimasti vivi i suoi genitori, mi hanno sempre parlato di lui e della notte in cui la sua nave affondò, anche perché porto il suo nome in sua memoria. In particolare il nonno leggeva e rileggeva il libro che dà il nome a questo blog, ma anche La battaglia del Mediterraneo, di Donald Macintyre, in cui si descrive con un certo orgoglio, da parte inglese, l'affondamento. Oggi, dei suoi cari, sopravvive solo la sorella Laura, mia madre, che ha 93 anni ma che non dimentica, ogni 25 febbraio, il fratello maggiore il cui corpo riposa nel Mediterraneo centrale. Grazie per questo testo così ricco di testimonianze, che stamperò e porterò a Laura.

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  2. Elisabetta Pignatiello25 aprile 2015 19:02

    Mio zio, Giuseppe Pignatiello, era sottocapo meccanico. Mio papà mi ha raccontato di questo suo amatissimo fratello fino al giorno prima di morire.

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  3. Mio zio,fratello di mio papà,era il cannoniere Zagati Giovanni,anche lui disperso in quella tragica notte di febbraio...mia nonna mi raccontava dell ultimo giorno che lo vide. Prima di partire da casa x imbarcarsi chiese alla sua ragazza incinta se avesse potuto mai vedere sua figlia...la risposta del destino ovviamente non la conosceva...purtroppo non la vide mai! A suo ricordo Zagati Maurizio.

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  4. Mio nonno era sergente su questo incrociatore, ho ancora diverso materiale (foto e altro) della campagna d'Australia del 34-35.

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